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Cessione del quinto: i motivi del successo di questa formula di prestito.

I prestiti dietro cessione del quinto dello stipendio o della pensione stanno vivendo una seconda giovinezza. Nell’attuale situazione di crisi economica sono un’interessante risposta a una momentanea carenza di liquidità.

Gli anni Cinquanta

Prima della diffusione del credito al consumo era rara la necessità ed erano poche le possibilità di fare un acquisto rateale o di ottenere un prestito. Fino a non molti anni fa il risparmio copriva gran parte delle spese fuori programma.

Nell’immediato dopoguerra, chi avesse voluto acquistare un mezzo di trasporto o rinnovare l’arredamento senza disporre dell’intera somma necessaria poteva solo ricorrere alle cambiali e sporadicamente a finanziamenti sotto banco concessi dagli stessi negozianti.

Nel 1950, il governo introdusse una comoda possibilità per i dipendenti pubblici: ottenere un prestito anche cospicuo garantito da una parte dello stipendio. E non solo, il dipendente statale non avrebbe neanche dovuto occuparsi dei pagamenti, perché avrebbe provveduto per lui il datore di lavoro trattenendo direttamente la somma dalla busta paga.

Fu una rivoluzione. La persona non correva più rischi (per esempio di pignoramento) ed era lo Stato stesso a occuparsi del suo prestito. Certo, i suoi superiori avrebbero saputo del suo stato di necessità, ma in fin dei conti dopo la guerra quasi tutti erano in una situazione precaria.

Il credito al consumo

A partire dagli anni Ottanta del Novecento, le offerte ammalianti delle finanziarie e delle banche hanno fatto entrare in crisi il prestito dietro cessione del quinto tra parte dei dipendenti pubblici. La procedura per tale prestito richiede del tempo e anche se non si deve specificare il motivo della richiesta, una nuova percezione della privacy ha sempre più frenato molti individui dall’informare i propri superiori circa le proprie necessità economiche.

Le finanziarie che allettano i clienti nei centri commerciali fanno però pagar cara la gratificazione immediata del portarsi a casa un nuovo televisore. I tassi di interesse sono folli, parecchie le spese occulte; le offerte di prodotti paralleli ‘gratuiti’ come le carte revolving hanno esiti spesso devastanti. A fronte di acquisti magari d’impulso sono milioni le persone che si sono ritrovate ad affogare nei debiti, e molte sono finite negli elenchi dei cattivi pagatori, senza più possibilità di accedere a un prestito magari necessario per un’emergenza.

La cessione del quinto. Il ritorno

Nel 2005, come freno al crescente e notevole indebitamento della popolazione, la possibilità di ottenere un prestito garantito dalla cessione del quinto dello stipendio (o della pensione) è stata estesa anche ai dipendenti delle aziende private con almeno sedici lavoratori. In questo caso però la società finanziaria si riserva il diritto di concedere o meno il prestito sulla base di proprie valutazioni dell’azienda.

Da più di un decennio, anche sostenuto dall’estensione al settore privato, il prestito per cessione del quinto sta riscuotendo un rinnovato successo per due fattori.

• Il primo è psicologico e sociale: la situazione economica del Paese ricorda quella del dopoguerra e sono passati i tempi in cui si negava a tutti i costi di trovarsi in difficoltà economiche. E a differenza degli anni Cinquanta e Sessanta, buona parte della popolazione non è più in grado di risparmiare abbastanza da far fronte a spese impreviste.

• Il secondo ha a che fare con una storia personale di rate non pagate e di conseguente inclusione nelle liste nere delle centrali di rischio. A quel punto, l’unica possibilità di ottenere un finanziamento è attraverso la fideiussione di un parente o un amico (che difficilmente accetteranno) o la cessione del quinto dello stipendio. In tal caso la possibilità che il debito non sia rimborsato è quasi nulla, anche in caso di licenziamento: sarà allora il TFR a garantire il pagamento del debito residuo.

Cessione del quinto. Caratteristiche

La durata massima del prestito è di dieci anni, e comunque non può essere superiore al tempo mancante al pensionamento. Alcune categorie di dipendenti pubblici hanno la facoltà di trasferire un finanziamento sulla pensione. Il tasso di interesse, sia TAN sia TAEG (cioè comprensivo delle spese accessorie) è di solito più basso di quello corrente del credito al consumo. L’importo massimo erogabile dipende da diversi fattori, tra cui il reddito mensile e l’anzianità lavorativa, e quindi l’entità del TFR accumulato.

È possibile che il datore di lavoro del settore privato non sia disponibile a partecipare alla richiesta di credito, in quanto questa comporta dei controlli da parte delle banche che potrebbero scoprire debolezze finanziarie dell’azienda con conseguenti revisioni dei fidi o dei contratti di leasing. In questo caso far valere un proprio diritto può mettere in difficoltà la propria fonte di reddito, sta alla decisione del singolo se insistere o meno.

I prestiti per l’auto non conoscono crisi

Dopo otto mesi di crescita ininterrotta, il volume totale della domanda di prestiti domandati dalle famiglie italiane subisce una piccola battuta di arresto, segnando a ottobre una contrazione nell’aggregato dei prestiti personali e finalizzati del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2016. Lo rileva l’ultimo bollettino del CRIF, la Centrale Rischi Finanziari: “il dato negativo”, commenta Simone Capecchi, executive director di CRIF, “non deve però allarmare in quanto complessivamente il trend rimane positivo dopo il deciso cambio di rotta avvenuto nel 2015, che ha segnato la ripresa del comparto”. Di fatto la performance dei primi 10 mesi si quantifica in un +2% rispetto al 2016, in più confrontando i volumi con quelli seguenti al 2010 si nota che il comparto si è notevolmente fortificato.

L’analisi evidenzia la differenza di dati tra le due forme di finanziamento, con i crediti personali che nell’ultimo mese salgono del 2,8% mentre quelli finalizzati fanno segnare un -6,3%. Tuttavia non tutti i prestiti per l’acquisto di beni e servizi viaggiano in territorio negativo, visto che proprio i prestiti per finanziare l’auto fanno segnare un +8,7%.

L’exploit delle quattroruote si ripercuote anche sugli importi medi, con i prestiti finalizzati che si attestano sui 6.358 euro e un +19,5% rispetto a ottobre di un anno fa. Grazie a questo trend, si notano miglioramenti anche per l’ammontare medio totale (nell’aggregato di entrambe le forme) che si porta a 9.283 euro (+11,1%) e si avvicina al record degli ultimi 6 anni registrato nel mese di febbraio 2017.

La forte diffusione dei finanziamenti auto ha rappresentato nel periodo luglio-ottobre 2017 quasi il 27% delle richieste totali effettuate dai consumatori. L’importo medio registrato è stato pari a 15.400 euro per le vetture nuove e 9.133 euro per quelle usate, mentre la durata del rimborso preferita è stata per entrambe le tipologie di 60 mesi.

Per quanto riguarda le province, la finalità auto nuova è più richiesta a Rovigo, con il 12,55%, seguita da Belluno, con il 12,41%, e Pistoia, al 12,03%. Per l’auto usata invece la domanda è maggiore a Vicenza con il 28,79%, mentre al secondo e terzo posto troviamo rispettivamente Belluno con il 27,74% e Arezzo con il 27,32%.

Ricordiamo che il fine di finanziare l’auto ha attirato moltissimi clienti anche nel 2016, con il CRIF che ha calcolato una quota di credito erogato dell’80,3%. La percentuale è stata ancora più interessante includendo i dati di quello che viene definito mercato captive, ovvero il comparto di finanziarie a supporto delle case automobilistiche, raggiungendo in questo caso il 91,9% del totale. Nella news “Auto, pollice in su per vendite e prestiti” abbiamo evidenziato che lo scorso anno i tassi di crescita sono risultati più elevati nel sud d’Italia, dove però è stata maggiore la quota di finanziamenti dedicati all’acquisto di un mezzo usato. La regione che ha fatto segnare l’incremento più alto è stato il Molise (+31,5%) mentre le variazioni più contenute sono state quelle del Trentino Alto Adige (+8,9%) e Piemonte (+10,5%).

Fonte creditonline

PRESTITO: di cosa parliamo?

Acquistare un’auto o uno scooter, ristrutturare casa o rinnovare l’arredamento, concedersi un viaggio o sostenere spese mediche importanti. Sono tante le ragioni per cui si ricorre a un prestito, con il vantaggio di affrontare una spesa senza dover necessariamente ricorrere ai risparmi famigliari.

Sono tutti, questi, prestiti personali che vengono erogati da banche o istituti finanziari specializzati a persone che, ricevendo la somma di denaro, si impegnano a restituirla a rate entro un certo periodo di tempo. In cambio, chi stipula un prestito dovrà pagare un corrispettivo applicato al capitale di interessi fissi o variabili e corrispondere eventuali costi e oneri aggiuntivi (come le spese di istruttoria o quelle di incasso rata), tutti sintetizzati nel TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale).

Un prestito significa fare una scelta di pianificazione del proprio budget e delle risorse finanziarie a disposizione e forniamo alcuni strumenti utili per orientarsi con una serie di variabili da tener conto nella valutazione, non sempre immediata.

Riguardo all’importo richiesto, può variare da poche migliaia di euro ad alcune decine, con punte massime di 90.000 euro e con durate di rimborso da un minimo di uno a un massimo di 10 anni.

Chiedi ulteriori chiarimenti da qui

Ricerca Crif: gli italiani sanno che cos’è la valutazione del merito creditizio?

Gli ultimi anni, sono stati caratterizzati da un periodo particolarmente buio, che ha avuto delle ripercussioni sulla possibilità per aziende e consumatori di richiedere finanziamenti alle banche.

È proprio in questo periodo, che è cresciuta la consapevolezza nella maggioranza dei cittadini, che banche e finanziarie consultino informazioni creditizie di chi fa richiesta di prestito, con lo scopo di capire se esiste un’affidabilità economica che permetta al cliente di restituire il denaro nei tempi stabiliti.

Questo è il punto trattato dalla ricerca Crif condotta da Nomisma, su un campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e i 70, con l’obiettivo di misurare il livello di conoscenza della valutazione del merito creditizio, da parte di banche e finanziarie.

Lo studio, ha mostrato che l’84% degli italiani è consapevole che gli istituti di credito consultino le informazioni creditizie dei clienti per verificarne l’affidabilità. Questa conoscenza è diffusa in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Un fattore importante sembra essere l’esperienza finanziaria dei cittadini, ovvero di chi ha già fatto richiesta di prestito ed ha avuto a che fare con una banca o finanziaria. La conoscenza del merito creditizio raggiunge il 90% tra chi ha richiesto in almeno un’occasione un mutuo o un finanziamento, mentre il 67% tra chi non ne ha mai fatto richiesta.

La ricerca ha poi messo in evidenza che gli italiani comprendono la necessità degli istituti di credito di utilizzare certe informazioni per valutare il merito creditizio. L’83% infatti, trova giusto che vengano consultate dati specifici quando si richiede un mutuo o un finanziamento.

Alla domanda ”quali sono le informazioni rilevanti per consentire agli istituti di credito di valutare una richiesta di finanziamento o mutuo”, gli italiani hanno risposto con queste percentuali: l’83% ritiene che siano occupazione e reddito, il 76% l’importo e la regolarità di rimborso di prestiti ancora in corso, il 70% la regolarità dei pagamenti delle utenze, infine il 61% la consistenza del patrimonio e della ricchezza del richiedente.

La diffusione dell’educazione finanziaria si rileva dunque un elemento importante per favorire la consapevolezza dei cittadini verso queste tematiche e l’avvicinamento di questi ultimi a banche e finanziarie.

Cessione del V: si chiedono in media più di Euro 15.000 da restituirsi in 8 anni. In Lombardia il maggior numero di Richieste

I finanziamenti di Cessione del V sono aumentati, secondo dati ufficiali, dell’11,6%, ma qual è l’identikit di chi fa ricorso a questo particolare tipo di prestito e quanto si cerca di ottenere dalle finanziarie?

Sono state analizzate oltre 20.000 domande di cessione del quinto presentate nei primi otto mesi del 2017 stabilendo che l’importo medio chiesto è stato pari a circa Euro 15.700, con un piano di restituzione di 94 rate (poco meno di otto anni). Il richiedente medio ha uno stipendio di Euro 1.513 e, nel 73,8% dei casi, a presentare domanda è stato un uomo.

La geografia delle richieste di Cessione del V

Analizzando la provenienza delle richieste la Lombardia è la prima regione italiana per numero di richieste; da qui provengono il 16,86% delle domande di finanziamento tramite Cessione del V. Seguono in classifica il Lazio, con il 13,68%, e la Campania con il 9,61%.

Dal punto di vista degli importi richiesti, invece, la classifica cambia e al primo posto si posiziona l’Umbria, dove si puntano ad ottenere in media Euro 16.647. Al secondo posto c’è la Sicilia (Euro 16.445) mentre al terzo la Puglia (Euro 16.408).

Pensione e cessione del Quinto: l’Inps aggiorna i tassi

Lo scorso 4 ottobre i nuovi aggiornamenti sulla cessione del quinto della pensione, che riguardano questa volta i tassi di interesse. A partire dal primo dello stesso mese di ottobre, l’Inps ha aggiornato il valore dei tassi da applicare nel periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2017 e le conseguenti variazioni della soglia antiusura del Taeg, il Tasso Annuo Effettivo Globale.

Questi i valori comunicati:

• per gli importi fino a 15.000 euro, tassi medi pari a 11,81 e tassi soglia usura a 18,7625%;

• oltre i 15.000, tassi medi a 9,04 e tassi soglia usura a 15,3000%.

Ricordiamo che nel 2016 le erogazioni con cessione del quinto hanno subito un aumento del 7,3% per un totale di 5,22 miliardi di euro e quasi 384 mila operazioni. Proprio la cessione del quinto ha registrato gli importi più elevati del settore, in media 12.127 euro.

Ma cos’è esattamente la cessione del quinto riservata ai pensionati e quali sono i suoi vantaggi?

Si tratta di un prestito personale di un ammontare massimo al 20% (un quinto appunto) dell’importo della pensione ottenuto da un istituto di credito, il cui rimborso avviene attraverso un addebito automatico che l’Inps effettua sulla pensione stessa.

Il motivo della sua popolarità è da ricondursi proprio al fatto che essendo un’operazione di credito in qualche modo garantita, banche e finanziarie sono sicuramente più flessibili nella valutazione delle richieste, anche nei confronti di quei soggetti che hanno avuto problemi di solvibilità bancaria e difficilmente avrebbero accesso ad altre forme di credito.

la struttura stessa di questo prestito personale non prevede che il richiedente presenti delle garanzie reali, visto che a costituire da garanzia c’è la pensione spettante al pensionato (o il TFR maturato nel caso del dipendente). In più, la normativa prevede che contestualmente al finanziamento si sottoscriva un’assicurazione rischio vita (o rischio impiego) con la funzione di garantire in caso di mancato pagamento. Inoltre le somme erogate dipendono dal livello della pensione (o dal reddito percepito), condizione che consente di ottenere somme anche consistenti.

La cessione del quinto ha diversi vantaggi, ma comporta anche una serie di spese: quelle relative al tasso di interesse applicato (Tan) e al Taeg, il tasso annuo effettivo globale, le spese di istruttoria che la banca richiede per la valutazione iniziale della domanda di finanziamento, le commissioni bancarie, le spese per l’assicurazione obbligatoria vista sopra.

Prima di prendere qualsiasi decisione sul prestito da richiedere, è possibile arrivare a trovare la soluzione in assoluto più conveniente, IN QUESTA SEZIONE, semplicemente compilando il modulo per richiedere un prospetto senza impegno. I dati dell’utente sono protetti dai sistemi di sicurezza del portale e dalla legge italiana.

Pignoramento stipendio 2018

La misura del pignoramento dello stipendio varia in base all’assegno sociale erogato dall’Inps che è parametro per stabilire quale parte del conto corrente di appoggio può essere “bloccato”.

Anche se le regole per il pignoramento dello stipendio sono fissate in via generale dal codice di procedura civile, la misura concreta entro cui detto pignoramento può avvenire varia di anno in anno. Infatti, con l’ultima riforma del processo esecutivo, il tetto per l’impignorabilità della busta paga depositata in banca e divenuta ormai deposito del conto corrente, muta in relazione a uno specifico parametro determinato annualmente dall’Inps: l’assegno sociale. Ecco perché, ferme restando le stesse regole, è possibile che chi ha subito un pignoramento dello stipendio in un determinato periodo abbia subito una trattenuta superiore rispetto invece ad altre persone. Detto ciò procediamo con ordine e vediamo, al momento, quali sono le regole per il pignoramento dello stipendio per il 2018.

Pignoramento della busta paga in azienda

Il pignoramento della busta paga, eseguito presso l’azienda, non cambia mai ed è sempre pari allo stesso importo (variabile solo in base allo stipendio). Dopo la notifica dell’atto di pignoramento, che va inviata sia al dipendente che al datore, quest’ultimo trattiene, dal salario mensile, le somme che l’ufficiale giudiziario ha intimato di non versare al dipendente. Il lavoratore riceve quindi lo stipendio già al netto della trattenuta.

Il pignoramento dello stipendio 2018 in azienda è diverso a seconda che si tratti di pignoramenti eseguiti da soggetti privati o dall’Agente della riscossione.

Pignoramento stipendio 2018 fatto da privati

Si prende a riferimento lo stipendio, comprensivo di straordinari e di altri compensi erogati al dipendente, esclusi solo i rimborsi spesa:

  • per i crediti alimentari il pignoramento è pari alla misura autorizzata dal giudice dell’esecuzione;
  • per ogni altro credito privato il pignoramento è di massimo un quinto dello stipendio.

Se vi sono più pignoramenti nello stesso tempo, che attengono a più cause creditorie, il pignoramento può avvenire fino a massimo metà dello stipendio. Le tipologie di credito che costituiscono “classi” diverse e che, quindi, possono concorrere tra loro sono: crediti alimentari (ad es. quelli all’ex moglie o ai figli), crediti per tributi (ad esempio quelli dovuti all’Agenzia delle Entrate, all’Esattore, alla Regione), altri crediti (ad esempio banche, fornitori, spese di soccombenza in giudizio, ecc.) Così, ad esempio:

  • se un soggetto subisce il pignoramento da parte di una banca e di una finanziaria, lo stipendio può essere pignorato fino a massimo un quinto (il secondo che agisce viene accodato al primo e si inizia a soddisfare solo dopo che il primo è stato completamente pagato);
  • se un soggetto subisce il pignoramento da parte dell’ex moglie, dell’Agenzia delle Entrate Riscossione e della banca lo stipendio può essere pignorato fino a massimo metà.

Pignoramento stipendio 2018 fatto dall’Agente della Riscossione

Se ad agire è Agenzia Entrate Riscossione, il pignoramento dello stipendio 2018 può avvenire nei seguenti limiti:

  • stipendi fino a massimo 2.500 euro: un decimo dello stipendio;
  • stipendi fino a massimo 5.000 euro: un settimo dello stipendio;
  • stipendi oltre 5.000 euro: un quinto dello stipendio.

Pignoramento dello stipendio fatto in banca

Regole diverse valgono nel caso in cui lo stipendio venga pignorato una volta che è stato accreditato dall’azienda sul conto corrente “dedicato” del lavoratore. In tal caso, come detto, la misura del pignoramento dello stipendio varia a seconda dell’ammontare dell’assegno sociale erogato dall’Inps. L’assegno sociale per il 2017 è pari a 448,07 euro, somma che dovrebbe valere anche per il 2018 salvo modifiche dell’ultimo minuto. In particolare:

  • per le quote di stipendio accreditate in banca prima del pignoramento: è pignorabile l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale. Si fa questa operazione: stipendio mensile – (misura massima assegno sociale mensile x 3) = somma pignorabile. Ad esempio: su uno stipendio di 1500 euro vanno detratti 1344,21 euro (ossia 448,07 x 3). Quindi è possibile pignorare solo 155,79 euro;
  • per le quote di stipendio accreditate dall’azienda dopo la data del pignoramento o successivamente vengono pignorati gli stessi importi che abbiamo visto nel caso della trattenuta della busta paga da parte del datore di lavoro ossia:

1 per i crediti alimentari, nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o dal giudice delegato;

2 per ogni altro credito nel limite di 1/5;

3 per il pignoramento in concorso di più cause creditorie (alimenti, tributi, altre cause) fino alla metà dello stipendio.

Fonte: laleggepertutti.it

Le banche italiane? Per Default Rate siamo secondi in Europa

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COME HA LAVORATO BANKITALIA? ECCO I VALORI DI DUE INDICI FONDAMENTALI PER CAPIRE SE HA VIGILATO BENE O MALE

Nella discussione al calor bianco attorno alla figura di Ignazio Visco, “sfiduciato” da una mozione parlamentare del Partito Democratico, si sono visti pochi numeri. Per verificare, cioè, se il governatore della Banca d’Italia ha agito bene o male, e quindi se debba o meno essere confermato nella sua carica, al di là delle notizie di cronaca, comunque importanti, bisognerebbe guardare con più attenzione il vero stato di salute degli istituti di credito sulla cui solidità Visco doveva vigilare.

CALANO I CREDITI INESIGIBILI

Iniziamo con gli Npl. La quota di Npl (Non Performing Loans, ovvero crediti difficilmente esigibili), sul totale dei crediti concessi dalle banche italiane è calato al 14,5% nel 2017, un 3% in meno rispetto a dicembre 2016, grazie alla cessione di crediti da parte di Unicredit o delle banche venete.

Dall’altro in tutta Europa questo indicatore sta migliorando: in media il Npl Ratio è, nella Ue, pari al 5,1%, e l’Italia rappresenta ancora il 30% di tutti i crediti deteriorati europei, nonostante la riduzione, che in termini assoluti rappresenta ben 65 miliardi in meno di crediti inesigibili.
In ogni caso questo non è l’unico indice di rischio per le banche. Come è facile immaginare la Banca Centrale europea guidata da Mario Draghi ne ha diversi. Uno di questi è il Default Rate. Si tratta della proporzione di debitori che non riescono a pagare tutto o parte del proprio debito sul totale dei creditori. I dati sono indicati nel grafico sopra: come si vede l’Italia è seconda in Europa con l’11,74% dopo la Grecia. E la distanza dal quarto, Malta, al 4,5% è enorme. Per capire la gravità della situazione delle banche italiane basta verificare quale è la percentuale di Default Rate in Germania o in Gran Bretagna: meno dell’1%.

IL LOSS RATE

Il Loss Rate è un altro degli indici utilizzati dalla Bce per verificare lo stato di salute delle banche: misura di quanto vengono svalutati i crediti di un istituto di credito a seguito a una perdita di valore di questi ultimi, tipicamente perché difficilmente esigibili. Qui l’Italia è quinta in Europa, come mostra il grafico sotto.

CLICCA PER GRAFICO LOSS RATE

Se ci puo’ consolare la Francia ci supera, ma la realtà è che quando vi sono problemi con alcuni crediti la perdita di valore di questi da noi raggiunge il 45,45%. Cioè: da noi quando un creditore è in crisi lo è per quasi la metà del suo credito.

LA FRANCIA STA MEGLIO?

Questi dati vanno considerati congiuntamente con quelli sul Default Rate e Npl Ratio. Per esempio: va considerato che è vero che le banche francesi soffrono svalutazioni più pesanti, ma lo fanno in un numero ridotto di casi, ovvero su un numero di crediti molto più basso del nostro (Default Rate del 1,15% contro il nostro l’11,74%).
L’Italia quindi ha una alta proporzione di creditori in difficoltà, e su ognuno dei loro debiti (che sono crediti per la banca) in media si applica una svalutazione del loro valore molto alta. Più alta che in Grecia, altro Paese in difficoltà, ma con un Loss Rate di solo il 29,18%, ovvero nel Paese ellenico ci sono più default, ma quando accadono la svalutazione del valore del credito da segnalare nei bilanci della banca è minore.

IN ARRIVO LE NUOVE REGOLE DELLA BCE

A questa situazione va ad aggiungersi il problema dei nuovi requisiti della Bce, che, a quanto pare, chiede che le banche predispongano accantonamenti di denaro che dovranno coprire tutta la perdita potenziale sui prestiti deteriorati, ovvero tutto quanto sarebbe perso se tutti i crediti non fossero mai incassati in alcuna porzione, e dà due anni di tempo, a partire da gennaio 2018, per coprire quelli garantiti che non sono sostenuti da collaterale e sette anni nel caso di crediti a rischio invece garantiti.

La prima conseguenza, probabilmente, sarà che le banche italiane dovranno cercare di vendere pezzi per fare cassa e coprire gli Npl, che sono in discesa, sì, ma sono ancora tantissimi, e soprattutto, più di quelli in pancia ad altre banche europee, nei confronti delle quali di conseguenza gli istituti italiani si troveranno ancora più svantaggiate.

I dati si riferiscono al: 2016

Fonte: Bce

Pensione a 67 anni, con quanti contributi?

Quanti contributi sono necessari per potersi pensionare a 67 anni di età?

La pensione a 67 anni, anche se tardiva, non sarà per tutti: per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria (per gli iscritti alle gestioni Inps), difatti, oltre al requisito di età è necessario possedere un certo numero di anni di contributi. Peraltro, se non si possiedono contributi accreditati prima del 1996, quindi si è assoggettati al calcolo interamente contributivo della prestazione, assieme al requisito di età ed a quello contributivo bisogna anche possedere un assegno di pensione almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale, cioè a 672 euro mensili circa. Chi non possiede questo requisito economico dovrà attendere i 71 anni di età per potersi pensionare: a 71 anni, difatti, sarà possibile pensionarsi, per chi è assoggettato al calcolo integralmente contributivo della pensione, con soli cinque anni di contributi e senza rispettare una soglia minima in relazione all’ammontare dell’assegno mensile.

In pensione con 15 anni di contributi

Si potrà andare in pensione a 67 anni anche con soli 15 anni di contributi, se si fa parte dei destinatari della cosiddetta deroga Amato [1].

Nel dettaglio, può beneficiare della deroga Amato  e pensionarsi con 15 anni di contribuzione chi:

  • possiede 15 anni di contributi accreditati prima del 31 dicembre 1992;
  • possiede un’autorizzazione al versamento dei contributi volontari anteriore al 31 dicembre 1992;
  • possiede 25 anni di anzianità assicurativa, 15 anni di contributi da lavoro dipendente e 10 anni lavorati in modo discontinuo.

Non tutti gli iscritti alle gestioni Inps, però, possono fruire di questa deroga;

In pensione a 66 anni

Con 20 anni di contributi, ma con 66 anni di età, sarà invece possibile perfezionare i requisiti per la pensione di vecchiaia in totalizzazione. La totalizzazione, lo ricordiamo, è una misura che consente di sommare i contributi presenti in casse diverse gratuitamente, ma ricalcolando la pensione col sistema integralmente contributivo.

L’età in cui si perfezionano i requisiti per la pensione di vecchiaia in totalizzazione, però, non inganni: una volta perfezionato il requisito di età e quello di contribuzione, infatti, è necessario attendere 18 mesi per la liquidazione della pensione: si tratta del cosiddetto periodo di finestra. Quindi, di fatto, chi ha diritto alla pensione di vecchiaia in totalizzazione percepisce la pensione a 67 anni e 6 mesi di età.

Gli attuali requisiti di età per la pensione

67 anni per la pensione di vecchiaia ordinaria, 71 anni per la pensione di vecchiaia contributiva e 66 anni per la pensione di vecchiaia in totalizzazione saranno comunque i nuovi requisiti di età per la pensione, che scatteranno, salvo l’ormai improbabile blocco dell’età pensionabile, dal 1° gennaio 2019, a causa dell’incremento di 5 mesi della speranza di vita media.

Gli attuali requisiti di età, invece, sono:

  • 66 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia (questo requisito sarà uguale per tutti, uomini e donne, dal 2018);
  • 65 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia in totalizzazione;
  • 70 anni e 7 mesi per la pensione di vecchiaia contributiva.

Fonte: laleggepertutti.it

Sospensione mutuo: come funziona

Se non ce la fai più a pagare le rate del mutuo puoi sospenderle. Vediamo come

Le rate del tuo mutuo – che all’inizio riuscivi a pagare con relativa comodità – sono improvvisamente diventate insostenibili a causa di eventi imprevisti che hanno peggiorato la tua situazione economica?

Niente paura. Esistono almeno due rimedi che ti permetteranno, per un certo tempo, di sospendere il pagamento e dunque di avere una boccata d’ossigeno in attesa di tempi migliori.

Il fondo di solidarietà del Mef

Il fondo di solidarietà per i mutui contratti ai fini dell’acquisto della prima casa, creato nel 2007, è istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) ed è gestito dalla Concessionaria servizi assicurativi pubblici (Consap) [1].

Per accedere al beneficio della sospensione è necessario:

  • che l’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) del richiedente non superi € 30.000
  • che il mutuo sia stato contratto per l’acquisto della prima casa
  • che l’abitazione acquistata grazie al mutuo concesso dalla banca non sia di lusso, cioè non rientri nelle categorie catastali A1, A8 e A9
  • la somma data a mutuo non superi € 250.000.

Condizione per l’accoglimento della domanda di sospensione è che colui che ha ottenuto il mutuo – o uno di essi, se i mutuatari sono più di uno – abbia subito uno dei seguenti eventi:

  • perdita del posto di lavoro dipendente (a meno che la persona interessata non si sia dimessa, non sia stata licenziata per giusta causa, non sia andata in pensione o non benefici del contributo di disoccupazione)
  • morte
  • handicap oppure invalidità civile non inferiore all’80%.

Tali eventi devono essersi verificati dopo la stipula del contratto di mutuo ed entro i tre anni precedenti la presentazione della domanda di sospensione.

La sospensione non può essere superiore a 18 mesi.

Nei seguenti casi, invece, il beneficio non può essere concesso:

  • quando a richiederlo è un professionista o un dipendente in regime di cassa integrazione
  • quando l’appartamento oggetto di una procedura esecutiva
  • quando il ritardo nel pagamento dura da più di 90 giorni
  • quando colui che ha richiesto la sospensione ha stipulato una polizza assicurativa che lo copre da uno degli eventi che giustificano la domanda di accesso al beneficio
  • se il mutuo è già oggetto di agevolazioni pubbliche
  • se per lo stesso mutuo sono state già concesse una o più sospensioni per un periodo complessivamente superiore a 18 mesi.

La domanda di sospensione delle rate del mutuo va presentata alla banca che lo ha erogato utilizzando il modello che può essere scaricato dal sito internet della Consap o del Mef oppure fornito dallo stesso istituto che ha erogato il mutuo.

I documenti da allegare alla richiesta sono:

  • documento di riconoscimento
  • certificazione Isee
  • documento che dimostri che il rapporto di lavoro è terminato
  • certificato Asl che attesti l’handicap o lo stato di invalidità.

Una volta presentata la domanda, nell’arco dei successivi 30 giorni la banca mutuante trasmette la richiesta di sospensione alla Consap, quest’ultima a sua volta autorizza l’istituto di credito a sospendere le rate del mutuo e la stessa banca comunica al richiedente l’avvenuta sospensione.

La durata del contratto sarà prorogata per un tempo uguale a quello di durata della sospensione.

La moratoria sui mutui per il periodo 2015-2017

La moratoria nasce da un accordo del 31.3.2015 tra l’Abi (Associazione bancaria italiana) e le associazioni rappresentative dei diritti dei consumatori. Il quale prevede che l’istanza di sospensione possa essere rivolta alle sole banche che aderiscono all’accordo (mentre il fondo di solidarietà del Mef ha applicazione generale) da parte di chi è stato sospeso dal lavoro o ha subìto una riduzione di orario per un minimo di 30 giorni.

La sospensione riguarda soltanto la quota capitale e non gli interessi, che dunque continuano a essere dovuti anche durante la moratoria.

Il termine ultimo per la presentazione della domanda è il 31.12.2017 e la richiesta può essere presentatLa sospensione riguarda soltanto la quota capitale e non gli interessi, che dunque continuano a essere dovuti anche durante la moratoria.

Il termine ultimo per la presentazione della domanda è il 31.12.2017 e la richiesta può essere presentata una sola volta, per non più di 12 mesi.

Fonte: laleggepertutti.it